«Alice non abita più nell’etere (?)» - un'intervista di J.J. Beeme a Valerio Minnella
«Cercavamo “parlatori”, non ascoltatori"
Nel febbraio scorso, a cinquant’anni dalla nascita dell'emittente bolognese Radio Alice, è stata riproposta la mostra fotografica "Qui Radio Alice", già realizzata nel 2017 in occasione dei quarant’anni dalla chiusura dell’emittente. La mostra proponeva "immagini, materiali e tracce di un’esperienza che ha attraversato Bologna come un esperimento radicale di comunicazione, immaginazione e vita collettiva". Qui il sito e il catalogo (Youcanprint, 2017) a cura, come la mostra, di Nino Iorfino.
In questa occasione José-Joaquín Beeme ha intervistato Valerio Minnella, uno dei fondatori di Radio Alice, per El Pollo Urbano (rivista di satira politica e cultura nata nel 1977 - n. 251, aprile 2026). L'intervista in lingua spagnola è intitolata Italia: Alicia ya no vive en el éter (?) e affronta temi attinenti alla comunicazione e alla controinformazione. Qui ne riporto la versione italiana. Buona lettura.
«Radio Alice, un’emittente FM bolognese attiva per poco più di un anno, dal febbraio 1976 al marzo 1977, festeggia il suo 50° anniversario. Ispirati dalla bimba-talpa di Lewis Carroll (in viaggio con i Jefferson Airplane) i fondatori installarono un trasmettitore (recuperato da un carro armato dell’esercito americano in rottamazione) in una soffitta di via del Pratello, nel quartiere Porto-Saragozza, proprio nel centro storico del capoluogo emiliano, ancora pieno di memorie della Resistenza e del Maggio ’68.
Una mostra nell’ex ospedale psichiatrico Roncati celebra l’anniversario, contestualizzandolo nel quadro delle lotte studentesche degli anni di piombo, del congresso anti-repressione che vide le performance di Dario Fo e del Living Theatre, dei clown di strada e dei carnevali stravaganti, dei rocker grintosi che tuonavano nelle umide cantine della vecchia città, delle pittoresche mongolfiere di Giuliano Scabia, dell’attivismo creativo del DAMS dove Umberto Eco e Gianni Celati affinavano il loro ingegno.
Nata attraverso la cooperativa Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico, Alice optò per il linguaggio di strada, dialettale, persino sporco: “Scrivono i loro messaggi — graffiò un critico de Il Resto del Carlino— sulla carta igienica”.
Riunì una redazione eterogenea e assembleare che dava a tutti accesso al microfono; niente pubblicità: non c’era bisogno di svendersi al capitale; niente struttura organizzativa, nessun capo o gerarchia; niente palinsesto prestabilito, pura improvvisazione aperta, per la prima volta, alle telefonate in diretta. Un flusso creativo continuo senza filtri né censure.
“Radio Alice — annunciava uno dei suoi proclami — trasmette musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, bollettini di guerra, fotografie, messaggi, massaggi, bugie”.
Sulle sue onde circolavano anche recensioni di libri, poesie, racconti da tutto il mondo sotto il titolo "Biancaneve con gli stivali", schemi di yoga, appelli femministi o studenteschi, interi vinili: da Beethoven a Tim Buckley, da Patti Smith ad Area, da Jimi Hendrix ad Albert Ayler, dal rock demenziale di Freak Antoni & Skiantos (Karabigniere Blues) al rock dadaista dei Gaz Nevada.
Come sigla di apertura e chiusa, Lavorare con lentezza del cantautore pugliese Enzo del Re, che ha dato anche il titolo a un film di Guido Chiesa (2004) in cui è stata ricostruita quella stagione ribelle e a tratti tragica del Movimento del ’77: “Abbasso la morale, la religione, la politica, l’arte…” Una compilation musicale, Sarabanda, prodotta da Humpty Dumpty della Federazione delle Radioemittenti Democratiche, e il documentario Traumfabrik di Emanuele Angiuli, offrono nuove prospettive su quella singolare effervescenza creativa.
Accusati di aver istigato, e persino diretto via radio, una rivolta urbana in seguito alla morte di uno studente ucciso da un carabiniere, la polizia in tenuta antisommossa, agendo su ordine governativo, fece irruzione nella soffitta sede di Radio Alice, distruggendo l’intera console di controllo — che in quel momento trasmetteva il Concerto per pianoforte n. 1 di Beethoven — e arrestando i giovani redattori che non erano riusciti a fuggire sui tetti. Percosse in commissariato, tre mesi e mezzo di carcere, processo e assoluzione sette anni dopo.

Proprio lì c’era imperturbabile, le mani alzate, Valerio Minnella, che trasmise in diretta l’effrazione finché non gli strapparono il microfono. Lo racconta in un’autobiografia sarcastica, Se vi va bene, bene. Se no, seghe. Dal antimilitarismo a Radio Alice e ancora più in là (Alegre, Roma 2023), scritta a partire da una lunga conversazione con Wu Ming 1 e Filo Sottile.
Attivista nonviolento e obiettore di coscienza, Valerio scontò una pena in una prigione militare, ma riuscì anche, una volta regolamentato il servizio civile alternativo, a lavorare presso l’ospedale psichiatrico di Trieste, dove Basaglia stava perfezionando la sua rivoluzione antipsichiatrica, dalle porte e dalle menti aperte. Prima di allora, era stato uno degli “angeli del fango” durante la disastrosa alluvione di Firenze del ’66 e aveva partecipato alle lotte popolari della Valle del Belice, all'estremità occidentale della Sicilia, che si stava riprendendo dal devastante terremoto del ’68.
Riguardo alla sua vicenda radiofonica, ricorda che negli anni ’70 l’obiettivo era “liberare la parola” e dare voce a chi non ne aveva, utilizzando uno strumento libero che producesse messaggi di libertà — mezzo e messaggio essendo equivalenti, nel senso mcluhaniano. Senza censura, senza instaurare un’egemonia discorsiva. Non pretendevano fedeltà dagli ascoltatori; li incoraggiavano a venire in studio, o a prendere il telefono, per parlare a briglia sciolta. Una comunicazione sociale orizzontale, bidirezionale, direttamente democratica.
Ora che i social media permettono a chiunque di esprimersi, la sfida non è più quella di confrontarsi frontalmente con chi possiede e controlla i media, ma piuttosto di esplorare se, all'interno di questo ecosistema, sia ancora possibile aprire spazi alla parola intelligente, garantendo la qualità dei contenuti e la loro risonanza. In definitiva, si tratta di creare strumenti di umanità per prevenire l'aberrazione dell’“uomo senza umanità”.
Perché Valerio è convinto che l’umanità, ancor prima della “razza umanoide disumanizzata” stessa, si sia già estinta da quando, seguendo le dottrine di Douhet e Dahiya, il terrore sistematico e lo sterminio della popolazione civile (quei danni collaterali che a pieno titolo costituiscono crimini di guerra) sono diventati la norma nelle decine di conflitti armati in corso, in gran parte orchestrati dal nostro Uccidente bianco. Ecco perché, in articoli, discorsi e manifesti, invoca il boicottaggio delle “banche armate” che finanziano l'industria bellica, il colonialismo sionista e la fiorente produzione di armi. Il suo slogan risuona fresco e giovanile: obiettare-rifiutare-disertare-disobbedire-boicottare-sabotare.
Dovevo intervistare questa persona che, rimanendo fedele agli ideali dei suoi vent’anni, continua a rivendicare il valore della svolta hertziana che promosse insieme all’avanguardia movimentista della migliore Bologna rossa. Ecco cosa mi ha raccontato.
JJ: Cosa resta di quel canale di comunicazione spregiudicata e sperimentale? A livello linguistico, poetico, filosofico, politico...
VM: Le nostre dimostrazioni pratiche della validità delle teorie di Marshall McLuhan, della possibilità di costruire organizzazioni totalmente acefale/a-gerarchiche funzionanti, della necessità di eliminare ogni forma di autocensura (di linguaggio, di palinsesto, geografica) per produrre liberazione, intelligenza, bellezza, ecc. permangono indiscutibili e ineludibili per chi desidera una società giusta, liberata e felice.
Dopo cinquant’anni, dopo le centinaia di libri, articoli, documentari, trasmissioni, podcast, tesi magistrali, eccetera prodotte ancora nessuno è riuscito a scrivere nulla che contrasti con queste mie valutazioni. Ancora oggi, ripeto a cinquant’anni, Franco, io e gli altri compagni veniamo intervistati e le nostre parole riragionate, proprio perché la nostra esperienza viene riconosciuta come prova di una via percorribile.
JJ: Come fare oggi controinformazione di fronte a bufale, settarismi, propaganda narcotica e massicce manipolazioni algoritmiche?
VM: La risposta sta proprio nel fatto che Alice ha sempre rifiutato l’etichetta di strumento di contro-informazione, come anche di informazione. La contro-informazione è una trappola in cui cadi cercando di rispondere a chi genera la menzogna dominante (detta informazione), ti costringe a parlare degli stessi argomenti che interessano al dominatore.
Si può e si deve parlare “anche” di quegli argomenti, ma in primo luogo occorre parlare degli argomenti che interessano a “noi”, di argomenti “altri”, di ciò che cercano di nascondere e che non vogliono sia nemmeno nominato. Occorre abbandonare le affermazioni e le verità e costruire impianti di domande, generatrici di intelligenza, e mostrare connessioni. Sono le domande che tengono sveglio il cervello e le connessioni che lo nutrono.
JJ: Oggi la radio si è reinventata nei podcast, che proliferano forse a dismisura.
Ma potrebbero anche essere delle isole sonore in grado di garantire cittadinanza al caos creativo, alla sperimentazione sonora, al volo libero delle parole, ad una comunicazione più guerrigliera e decentralizzata...
VM: Il podcast non è altro che una radio on-demand. Validissima e utile biblioteca di voci e suoni. Ma non è radio, perché si perde un aspetto importante del “flusso” radiofonico. Il flusso è per sua natura qualcosa che chiede un'attenzione sincrona fra parlatore e ascoltatore. Se non sei connesso e attento, perdi definitivamente il messaggio di questo preciso momento. Questa “complicità” di intenti e momenti fa sì che la comunicazione sia “completa”, quasi quanto quella che hai di persona con altri. È vero che ti manca la comunicazione corporea, la micro-gestualità e altri meccanismi di comunicazione interpersonale, ma è la cosa che più si avvicina e rende la radio un mezzo privilegiato.
Capito questo, cioè quale mezzo stai maneggiando e come opera in combinazione con la mente dell'ascoltatore, puoi anche ragionare sul risultato che vuoi raggiungere, sia esso di caos, creatività, estetica, o guerriglia, ecc. Il podcast ti può dare il “vantaggio” del fatto che chi ti ascolta lo sta facendo per sua scelta, quindi probabilmente è già in parte d'accordo con te. Non c’è accidentalità, questo va considerato.
JJ: A proposito di anniversari, qualche rischio di diventare reperto storico/istituzionale? Disattivare la carica esplosiva di una rivoluzione può anche essere una forma di oblio...
VM: È un fatto: se sei sopravvissuto all’oblio degli anni, sei reperto storico. Non ci puoi fare molto, però puoi cercare di essere tu a narrare. È quello che sto cercando di fare io.
L'egemonia cercherà sempre di “disattivare” la tua esperienza e la “carica” che ne deriva. Per farlo cerca sempre di far parlare di te altri che non sono te. Giornalisti abili ad assemblare parole senza concetti, sociologi capaci di mostrare connessioni inutili, politici inabili all'uso del pennello, insomma persone che non hanno vissuto realmente i fatti, così da generare una narrazione grigia e insignificante. Quel che va fatto è riproporre una narrazione “vitale” dei fatti, che ne mostri la vivacità. Lo debbono fare i protagonisti, ecco perché rispondo alle tue domande. (Grazie per averle fatte.)
JJ: Per un’antologia aliciana: un brano musicale, un libro, un fumetto, un film, un’intervista, uno slogan, un'idea sconvolgente, un aneddoto mai raccontato, una persona indimenticabile.
VM: Risposta impossibile, perché l'esperienza “aliciana” è stata di una tale ricchezza che mille sono le musiche, gli scritti, le persone, gli aneddoti... che dovrei citare. Non è possibile costruire una gerarchia e dare uno/a un valore di unicità. Certo, posso citare per esempio White rabbit dei Jefferson Airplane, in quanto splendido primo brano della prima trasmissione strutturata di Alice, ma come potrei metterlo in cima a tanta altra musica meravigliosa che ci ha accompagnato? Lo stesso discorso vale per libri e altro. Scusa, ma non partecipo.
Fammi invece solo ricordare i tanti compagni che non sono più fra noi e che hanno permesso che Alice vivesse: Ambrogio, Luciano, Enzo, Matteo, Francesco e molti altri. Tutti loro sono indimenticabili.
JJ: Trovi qualche paragone nelle radio libere spagnole, prima, durante o dopo la vostra esperienza?
VM: Purtroppo non conosco le radio spagnole, non ho possibilità di fare paragoni.
Posso solo dire che nessuna radio di cui conosca l’esistenza è paragonabile ad Alice, ma non per una pretesa “superiorità” di questa, ma semplicemente perché Alice non è mai stata una radio. Il mezzo tecnico è senz'altro quello radiofonico, condivideva con le altre radio gli strumenti: trasmettitore, antenna microfono, eccetera, ma non i fini. Le radio sono strumenti di comunicazione di massa progettati per “parlare” ad altri e che vogliono farsi ascoltare. Alice, No. Fin dalla progettazione l'intento è di “fare parlare altri”, non di essere ascoltati noi, ma di permettere di ascoltare voci diverse dalle nostre. Ripeto sempre che cercavamo “parlatori”, non ascoltatori.
Questo progetto è proprio ciò che la differenzia. Nessun altro mezzo di comunicazione (fino all’avvento, volutamente mal costruito, dei social) ha mai permesso a migliaia e migliaia di persone (non filtrate) di parlare, non preoccupandosi affatto dell’ascolto. È questa scommessa all’impossibile che la differenzia.»
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Nella mostra erano esposte fotografie di Enrico Scuro, Giuseppe Cannistrà, Stefano Aspiranti, Fabio Pancaldi, Luciano Cappelli, Luciano Nadalini, Andrea Ruggeri, Elio Baldini, Marzia Bisognin, Emanuele Angiuli, Valeria Medica, Giancarlo Vitali. I testi erano di Enrico Palandri, Maurizio Torrealta, Valerio Minnella, Massimo Marino, Andrea Ruggeri, Paolo Ricci, Felice Liperi, Franco Berardi, Carlo Rovelli, Emanuele Angiuli, Roberto Grandi, Elio Baldini, Jimmy Bellafronte, Stefano Saviotti, Roberto Nanni.
Mostra e catalogo a cura di Nino Iorfino. Organizzazione tecnica e comunicazione Strada sociale aps
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I collage sono di J. J. Beeme - il primo a partire da alcune foto della mostra.